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Domare l’amigdala per calmare l’ansia: ascoltare il corpo per ritrovare sicurezza

Domare l’amigdala per calmare l’ansia: ascoltare il corpo per ritrovare sicurezza

“La preoccupazione è come una sedia a dondolo: ti dà qualcosa da fare, ma non ti porta mai da nessuna parte.”

L’ansia è una delle esperienze emotive più comuni del nostro tempo. Può manifestarsi come una preoccupazione continua, una sensazione di allerta difficile da spegnere oppure attraverso reazioni fisiche improvvise, come tachicardia, tensione muscolare, respiro corto e agitazione.

Nel mio lavoro incontro spesso persone che mi raccontano di sentirsi in ansia anche quando, apparentemente, va tutto bene. Alcune non riescono a individuare una causa precisa; altre comprendono razionalmente di non essere in pericolo, ma continuano comunque a sentirsi minacciate.

In questi casi, per comprendere ciò che sta accadendo, non è sufficiente concentrarsi soltanto sui pensieri. È necessario ascoltare anche ciò che avviene a un livello più profondo, nel corpo e nel sistema nervoso.

Una parte importante di questo processo riguarda l’amigdala, una piccola struttura cerebrale che svolge un ruolo fondamentale nella percezione del pericolo e nell’attivazione delle risposte emotive.

Che cos’è l’amigdala e perché si attiva

L’amigdala fa parte del sistema limbico, l’insieme delle strutture cerebrali coinvolte nell’elaborazione delle emozioni, della memoria e delle risposte legate alla sopravvivenza.

La sua funzione è preziosa: individuare rapidamente tutto ciò che potrebbe rappresentare una minaccia e preparare l’organismo a reagire. Quando percepisce un possibile pericolo, può attivare in pochi istanti una serie di risposte fisiche e comportamentali:

  • il cuore accelera;
  • i muscoli si irrigidiscono;
  • il respiro diventa più rapido;
  • l’attenzione si concentra sui possibili segnali di rischio;
  • compare l’impulso a fuggire, evitare o difendersi.

Il problema nasce quando questo sistema di allarme diventa eccessivamente sensibile e si attiva anche in situazioni che non rappresentano un pericolo reale.

È allora che possono comparire pensieri ed esperienze come:

“Il mio cuore batte forte, ma non capisco perché.”

“Mi sento a disagio anche se non sta accadendo nulla di grave.”

“So che non dovrei avere paura, ma non riesco a calmarmi.”

Queste reazioni non indicano una mancanza di volontà o di razionalità. Mostrano piuttosto che il sistema nervoso sta cercando di proteggere la persona, interpretando alcuni stimoli come minacciosi.

Perché l’ansia può sembrare inspiegabile

L’amigdala può reagire prima ancora che la parte razionale della mente abbia avuto il tempo di comprendere cosa stia accadendo.

È come un allarme antincendio molto sensibile: il suo scopo è proteggerci dal fuoco, ma può iniziare a suonare anche in presenza di un po’ di fumo proveniente dalla cucina.

Allo stesso modo, il nostro sistema di allerta può attivarsi di fronte a un tono di voce, una sensazione fisica, un luogo, una relazione o una situazione che richiama inconsapevolmente esperienze precedenti.

Non sempre siamo in grado di riconoscere immediatamente questi collegamenti. Per questo motivo alcuni episodi d’ansia sembrano arrivare “dal nulla”.

In realtà, il cervello emotivo potrebbe avere riconosciuto un segnale di pericolo prima che la mente consapevole sia riuscita a dargli un significato.

Il bisogno di controllo può alimentare l’ansia

Quando compare l’ansia, la reazione più naturale è cercare di controllarla.

Si tenta di bloccare i pensieri, reprimere le emozioni, evitare le situazioni temute oppure ripetersi che non c’è nulla di cui preoccuparsi. Queste strategie possono offrire un sollievo momentaneo, ma non sempre aiutano il sistema nervoso a sentirsi realmente al sicuro.

L’amigdala, infatti, non apprende soltanto attraverso le spiegazioni logiche. Apprende soprattutto attraverso l’esperienza.

Dire a se stessi “non devo avere paura” può non essere sufficiente quando il corpo sta già reagendo come se fosse presente una minaccia.

Anche l’evitamento, pur riducendo temporaneamente il disagio, può rafforzare il circuito ansioso. Ogni volta che evitiamo una situazione perché la percepiamo come pericolosa, il cervello può interpretare quella scelta come una conferma: “Ho fatto bene a scappare, quindi il pericolo doveva essere reale”.

Progressivamente, il mondo può diventare più piccolo e le situazioni considerate sicure sempre meno numerose.

La neuroplasticità: il cervello può imparare nuove risposte

I circuiti legati all’ansia non sono rigidi né immutabili.

Grazie alla neuroplasticità, il cervello conserva la capacità di modificare i propri collegamenti e di apprendere modalità nuove di rispondere agli stimoli. Così come il sistema nervoso può avere imparato ad attivarsi rapidamente, può gradualmente imparare anche a rallentare, regolarsi e distinguere meglio tra un pericolo reale e un falso allarme.

Questo cambiamento non avviene semplicemente imponendosi di pensare positivo. Richiede esperienze ripetute di sicurezza, consapevolezza e regolazione emotiva.

Nel percorso psicologico la persona può imparare a:

  • riconoscere i segnali iniziali dell’attivazione;
  • osservare le sensazioni corporee senza interpretarle subito come pericolose;
  • comprendere quali esperienze abbiano reso il sistema di allerta particolarmente sensibile;
  • ridurre progressivamente l’evitamento;
  • sviluppare una relazione più accogliente con le proprie emozioni;
  • sperimentare nuove risposte nelle situazioni che generano paura.

Un lavoro che coinvolge mente, corpo ed emozioni

Nel trattamento dell’ansia ritengo importante considerare la persona nella sua interezza.

Pensieri, emozioni, sensazioni fisiche ed esperienze passate non sono elementi separati, ma parti di un unico sistema. Per questo motivo il percorso può integrare differenti strumenti, scelti in base alla storia e alle necessità della persona.

Approcci come l’EMDR possono aiutare a elaborare esperienze che continuano ad attivare il sistema di allarme. L’ACT può favorire un rapporto più flessibile con pensieri ed emozioni, riducendo la lotta contro ciò che si prova. Il lavoro somatico permette di riconoscere i segnali del corpo e sostenere la regolazione del sistema nervoso.

Una prospettiva trauma-informed, inoltre, non si limita a domandare “Che cosa non va in questa persona?”, ma prova a comprendere: “Che cosa ha vissuto il suo sistema nervoso e in quale modo ha imparato a proteggerla?”.

Questo cambiamento di sguardo riduce il giudizio e apre uno spazio di maggiore comprensione.

Dall’allarme alla sicurezza interiore

In una prospettiva umanistica, ogni sintomo può essere osservato come un messaggio e non soltanto come qualcosa da eliminare.

L’ansia può raccontare una storia fatta di bisogni trascurati, esperienze difficili, pressioni prolungate, paura del giudizio o necessità di sentirsi sempre pronti ad affrontare un pericolo.

Ascoltarla non significa lasciarsi dominare. Significa cercare di comprenderne la funzione, per poter scegliere risposte più consapevoli.

Quando il corpo viene accolto anziché combattuto, la persona può iniziare a passare dalla paura delle proprie sensazioni alla capacità di attraversarle.

Il percorso terapeutico può diventare così uno spazio nel quale sperimentare sicurezza, riconoscere le proprie risorse e costruire una maggiore fiducia nella possibilità di affrontare ciò che accade.

Dott.ssa Aurelia Gagliano
Psicologa clinica Formata in EMDR, ACT, approccio trauma-informed e terapia somatica Certificazione Anxiety Certification Training
Foggia e San Severo

Dott.ssa Aurelia Gagliano

Psicologa clinica Formata in EMDR, ACT, approccio trauma-informed e terapia somatica Certificazione Anxiety Certification Training

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